Con il nastro rosa

Voci categorizzate come ‘Bozze’

101 COSE DA FARE IN CALABRIA ALMENO UNA VOLTA NELLA VITA

Settembre 15, 2009 · Lascia un Commento

  1. Sfidare la Salerno-Reggio Calabria
  2. Risvegliare l’eros con il peperoncino
  3. Andare a un appuntamento dopo aver mangiato la cipolla rossa di Tropea
  4. Assistere a un concerto di Domenico “la pulce” (Micu u Pulici)
  5. Percorrere il chilometro più bello d’Italia (cit. Gabriele D’Annunzio) a Reggio Calabria
  6. Ubriacarsi a Brattirò avvistando le stelle comete
  7. Catturare uno spiritello per diventare ricco
  8. Cercare in Aspromonte i pastori di Corrado Alvaro
  9. Vedere il volto di John Kennedy in una chiesetta di tufo
  10. Andare a caccia di tartufi tra le gelaterie di Pizzo
  11. Bere un caffè gasato sognando il Brasile
  12. Imparare i segreti di una distilleria
  13. Provare a farsi confezionare un dolce lungo 520 metri
  14. Timbrare con il mento la propria ammissione alla Congrega del Morzello
  15. Assistere all’esplosione di un panino gigante
  16. Scansare i cavalli al Palio di Ribusa
  17. Arrossire davanti ai Bronzi di Riace
  18. Passeggiare nella città del sole con il filosofo Tommaso Campanella
  19. Pescare sulle misteriose Insule Oenotrides di Omero
  20. Avvistare le tartarughe Caretta Caretta
  21. Innamorarsi di una sirena a Scilla
  22. Transitare lungo il dodicesimo percorso di Ulisse
  23. Pensare a Ladyhawke e Rutger Hauer
  24. Salire sul Monte Botte Donato e sentirsi l’eroe dei due mari
  25. Salire sul monte (Cippo Garibaldi) dove Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba…
  26. Sentire il profumo dell’oro verde (bergamotto)
  27. Praticare il bird-watching nell’Oasi del Lago dell’Angitola
  28. Percorrere la striscia di terra più stretta d’Italia (Istmo di Catanzaro)
  29. Avventurarsi tra le Caldaie del latte dove si nutriva un drago
  30. Avvistare un capovaccaio
  31. Scoprire a Palmi una pianta di ulivo in mezzo al mare
  32. Pescare dal balcone a Chianalea di Scilla
  33. Imparare l’Occitano a Guardia Piemontese
  34. Trascorrere una giornata alle terme tra zolfo e malie
  35. Osservare i fondali marini a bordo di un battello a fondo trasparente
  36. Dimenticare il mare facendo rafting sul fiume Lao
  37. Ritrovarsi smarriti in una selva oscura di corallo nero (la più grande del mondo)
  38. Salvare l’albero più grande d’Italia
  39. Diventare un gigante per un giorno
  40. Ballare la Viddaneddha per corteggiare una ragazza
  41. Partecipare a una battuta di caccia alla volpe
  42. Passeggiare per Crotone ascoltando Rino Gaetano
  43. Farsi una settimana bianca in Sila
  44. Assistere a una cerimonia di fidanzamento
  45. Rubare frutta  ai bordi delle strade
  46. Scannare il porco
  47. Aver paura di innamorarsi troppo di notte a Tropea
  48. Mangiare la ‘nduja alla Notte Rossa
  49. Visitare il Museo della liquirizia
  50. Baciarsi nelle Grotte degli Sbandati a Zungri
  51. Visitare il Parco archeologico di Sibari
  52. Partecipare all’affruntata
  53. Assistere in silenzio alla processione degli Spinati a San Rocco
  54. Assistere all’apparizione della Fata Morgana e vedere Messina capovolta
  55. Dichiarare il proprio amore alla donna amata con il rito dello “cippitinnau”
  56. Imbucarsi a un ricevimento nuziale
  57. Camminare sulla scacchiera del primo campione di scacchi “d’Europa e del Nuovo Mondo”
  58. Visitare la sede del Movimento “Ammazzateci Tutti” a Locri
  59. Fare il bagno ai piedi della Cascate del Marmarico
  60. Farsi una foto accanto all’unico lavoratore di Catanzaro
  61. Suonare uno zufolo in canna a Platì
  62. Incontrare un lupo mannaro nelle notti di luna nuova
  63. Festeggiare il carnevale più antico della Calabria a Castrovillari
  64. Farsi fare il malocchio
  65. Giocare a nascondino tra le Pietre dell’Aspromonte
  66. Seguire il corso delle fiumare
  67. Farsi una spremuta di clementine a Sibari
  68. Sentirsi come Harry Potter tra gli Alberi Serpenti del Parco del Pollino
  69. Rifarsi gli occhi con l’arte bizantina
  70. Mescolarsi alla vita universitaria di Rende
  71. Verificare se Giuseppe Verdi comprò veramente un violino dai liutai di Bisignano
  72. Presentarsi a una grigliata con una bottiglia di Cirò
  73. Ascoltare una Fràssia a San Giovanni in Fiore
  74. Prendere parte ad un’esplorazione speleologica a Papasidero
  75. Parlar di cateti e ipotenuse in Piazza Pitagora
  76. Visitare l’abbazia fondata da Gioacchino da Fiore
  77. Ascoltare grande jazz nel castello di Roccella Jonica
  78. Godersi il tramonto dal faro di Capo Vaticano
  79. Veder fumare lo Stromboli
  80. Acquistare una ceramica a Seminara
  81. Seguire le tracce del brigante Nino Martino
  82. Pedalare sul tetto della Sila
  83. Visitare la città del Cavaliere Calabrese
  84. Aguzzare la vista sulle miniature purpuree di Rossano
  85. Peccare di gola con i fichi secchi farciti
  86. Contemplare la singolare bellezza delle donne di Parghelia
  87. Fare la spesa in una putica
  88. Rileggere Il mestiere di vivere di Cesare Pavese sulla spiaggia di Brancaleone
  89. Affittare una casa nella città dei Murales
  90. Perdere la cognizione del tempo nella Firenze del Sud
  91. Venire imprigionati in una danza albanese
  92. Oltrepassare il Ponte del Diavolo
  93. Ammirare la cupola maiolicata della Collegiata della Maddalena
  94. Ballare in una discoteca di Soverato
  95. Andare a funghi
  96. Affrontare lo struscio nel corso di Tropea
  97. Viaggiare in treno in compagnia di emigranti
  98. Assaggiare melanzane ripiene in spiaggia
  99. Cercare la locanda dove alloggiò Alexandre Dumas
  100. Navigare lungo la costa degli dei
  101. Scoprire dove finisce la Calabria

© Francesco Marchetti

Categorie: Bozze · Varie
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Vizi di forma (L’oca)

Giugno 11, 2008 · Lascia un Commento

La mia stabilità mentale va peggiorando. Ogni volta che mi peso dopo una crisi di nervi scopro di essere ingrassato. Ho paura di morire pazzo e obeso. Immagino il braccio di una gru entrare dalla finestra di un ospedale psichiatrico per prelevare la mia massa corporea. Una tonnellata di vita umana. Questo aumento progressivo di peso associato alle mie crisi rende difficile ogni cosa. Mi muovo sempre più lentamente.

Sudo se prendo una rampa di scale.

Non riesco più ad occuparmi della mia Oca.

Così ho deciso di affidarla ad un orfanotrofio.

«Non è possibile soddisfare la sua richiesta», perentoria la direttrice dell’orfanotrofio.
«Perché?» chiesi io.
«Perché questo Istituto accoglie bambini abbandonati e si occupa di loro fino al raggiungimento della maggiore età. Sua figlia ha 29 anni!» chiarì la direttrice.
«Non si potrebbe fare uno strappo alla regola. Sto ingrassando sempre di più e tra poco non sarò più in grado di occuparmi della mia Oca. Sa ogni volta che ho delle crisi nervose tendo ad aumentare di peso»
La direttrice dell’orfanotrofio non riuscì a trattenersi, «Ma lei è matto?».
«Esatto. Vedo che ha capito finalmente. Quindi terrete la mia Oca?»
E lei, «Non se ne parla nemmeno. Le ho già detto che non è possibile. Ma poi perché chiama sua figlia oca? Non le sembra una cosa orribile? Quanto meno offensiva nei confronti della ragazza!»
«È il suo nome. L’ho scelto io. Mi sembrava che un nome del genere le potesse risparmiare molti problemi. Vede i diabetici hanno sempre con loro un cartellino con scritto che sono diabetici. È un modo per avvertire gli altri in caso loro perdano conoscenza. Così io ho deciso che il miglior modo per identificare un minorato mentale fosse quello di darle un nome da minorato mentale. Oca appunto. Genere femminile. Breve. Di facile memoria.»


Le piccole dita della direttrice dell’orfanotrofio pigiarono tre tasti del telefono, e dopo un buongiorno brillante e istituzionale, cominciò a spiegare la situazione alla polizia.

La polizia accompagnò la mia Oca in un centro di igiene mentale e me a casa. Avevo comunque raggiunto il mio scopo. Le avevo trovato una sistemazione. Ora però mi sentivo solo. Perso, vuoto, meschino, inutile e grasso. Nella macchina della polizia avevo avuto una crisi. Avevo dato un morso all’orecchio di un agente. Non mi arrestarono credo per pena. A casa scoprì di aver preso un chilo. Maledizione! Maledizione! Maledizione! Morirò pazzo e grasso. Due malattie sono troppe. La pazzia passi. Ma l’obesità è antiestetica e si nasconde male. La gente ti vede. E tu vedi negli sguardi i pensieri. Confrontano. Confrontano se stessi con te, pachiderma con le scarpe da tennis. Si sentono salvi se il tuo aspetto fa ribrezzo. Si sentono confortati dall’idea di essere stati scelti un giorno, molto lontano per rappresentare il popolo degli eletti. Dei felici.

Quanti sono i felici?

Due milioni? Venti? Non so.

Però quel giorno quando distribuivano le Tessere della felicità io ero assente.
Forse dormivo. E quando è suonata la sveglia mi sono girato dall’altra parte. Oppure nessuno mi ha avvisato. La catena di email si è interrotta prima di raggiungere il mio indirizzo di posta. Check Mail: nessun nuovo messaggio di posta.

Ho provato molte diete. Ma l’effetto era controproducente. Finivo per peggiorare la situazione. La fame aumentava la mia instabilità. Così il peso cresceva come la taglia dei miei vestiti.

Ieri sono andato a trovare la mia Oca. L’ho vista dimagrita. Improvvisamente ho capito che anche lei ha legato la sua deficienza mentale al peso. Solo che contrariamente a me, invece di ingrassare, dimagrisce. I medici dicono che mangia regolarmente. Povera Oca. Morirà magra e pazza. Mentre io avanzo di volume lei si ritira. In questo modo non la raggiungerò mai. Se trovassimo un equilibrio tra le nostre reciproche condizioni, se trovassimo una soluzione di continuità tra il mio corpo e il suo staccheremmo anche noi il biglietto per un po’ di felicità. Però equilibrio è una parola fuori campo semantico per quelli come noi. Mi ricorda i giochi che facevo da bambino, quando mi fingevo acrobata coraggioso ed ero solo un monello sul bordo del marciapiede. Oppure mi vengono in mente scene grottesche di me grassissimo che tento di non ribaltarmi mentre faccio la doccia. Credo che monterò un passamano nella doccia.

Siamo vizi di forma, io e la mia Oca. Siamo oggetto di derisione. La derisione non è una faccenda per comici televisivi. Si mastica a stento tra i giorni di pioggia e i giorni di sole. Vive d’ombra. Fa il solletico alla dignità umana. La dignità umana scoppia a ridere e diventa una donna volgare, sguaiata, porta scarpe col tacco, senza calze e le gambe nude tradiscono la sua professione. La derisione porta nella borsetta un abbonamento annuale per la palestra e un blocchetto di ticket restaurant. Quando morirò pazzo e grasso non sentirò più la derisione. Ma se la mia Oca mi sopravvivrà sarà costretta a piangere in silenzio il lutto di suo padre. Nessun corteo per il matto del paese. Ma la mia Oca avrà un vantaggio. Il suo corpo sempre più magro le consentirà di nascondersi negli angoli bui. Nessuno la troverà. Nessuno saprà perché piange. L’Oca piange perché è morto un uomo grasso e matto. Una gru è dovuta passare dalla finestra dell’ospedale dov’era ricoverato per riuscire a portarlo via. Chili di follia. I giornali titoleranno “Uomo ucciso dal peso della pazzia”.

 

Quando inizio ad immaginare il futuro rischio di andare avanti per ore. Fatico a fermarmi. Allora mi avvicino a un termosifone. Metto la mano su un componente e aspetto di scottarmi. Il risveglio sensoriale aiuta il mio risveglio mentale.

Sono andato per la seconda volta a trovare la mia Oca. Le bacio le orecchie. Lei si scosta. Il suono del bacio è entrato fastidiosamente nei suoi padiglioni auricolari. È sottile il suo corpo. Come un filo di sabbia che scende piano da un pugno chiuso. Apriti maledetto pugno. Ha bisogno di più sabbia per vivere.

Le infermiere ci guardano impietosite. Fuori rumori di aerei lontani. Saliamo anche noi su un aereo che porta lontano. Acquisterò quattro biglietti. Tre per me e uno per la mia Oca.

Un’infermiera mi si avvicina
- L’orario di visita è
terminato. Sua figlia deve rientrare in stanza.
- Ma non ci siamo
detti una parola…
- Mi dispiace

Non ci diciamo mai una parola. La visione del nostro reciproco aspetto ci taglia la lingua. Restiamo zitti come due deficienti mentali. Siamo due deficienti mentali. Solo il peso della nostra pazzia è diverso. Lei è una striscia di carta a forma di donna. Così sottile che tutto intorno le hanno costruito un ospedale. Le hanno tolto l’aria. Il vento. Perché il vento poteva trasportarla via quella sottile striscia di carta. Io invece resto libero. La prigione ce l’ho cucita addosso. È una taglia infinitamente large. La gente vede il mio corpo allargarsi sempre di più verso l’esterno. Ma è la sua implosione verso il centro della mia anima che mi fa soffocare.

Fino a quando si spegnerà ogni fuoco.

Mi chiedo se un uomo un giorno giocherà con gli occhi di mia figlia. Qualcuno si occuperà di lei quando viene la sera? Quanto diventa difficile accorgersi delle persone sottili. Quanto si può essere lucidi nella cattiveria. Ho trascorso anni a ricordare l’infanzia di una ragazza abbronzata.

Mi avvicino al termosifone. Mi risveglio dal mio stato di trance mentale.

Accumulare materia. Questo è il mio destino. Un destino consumistico. Come siamo contenti di spendere denaro per acquistare delle cose. E come le cose nelle nostre mani si scaldano di frustrazione e cattivi pensieri. Quando entro in un supermercato vorrei indossare un paio di occhiali da sole. Per vedere e non essere visto. Non ci sono ancora molti passi tra me e gli scaffali. E tra me e la cassa. Canterò per distrarmi. Canterò nella mia testa canzoni che ho già sentito da qualche parte. Canterò senza fermarmi. Scelgo delle canzoni con un ritmo regolare. Così le parole non mi lasciano mai solo. E sbattono. Sbattono. Tra il palato superiore e quello inferiore. Su e giù. E sono arrivato alla macchina. Su e giù. E ho asciugato il fiato agli angoli della bocca. Non tornerò più qui. Ma so che non è vero. Tornerò ancora dove ci sono le luci, dove hanno cancellato il buio, dove si spendono soldi, dove si evangelizza il proprio spirito consumistico. Il consumismo è una medicina per la tristezza. Sublimare. Come un mattone caldo infilato sotto le coperte nelle notti invernali.

 

Ho acquistato un I-Pod al centro commerciale questa mattina. Ora sto ascoltando una canzone dei Beatles insieme alla mia Oca. Non ci siamo detti una parola neanche questa volta. Ho diviso gli auricolari con lei ed ho selezionato Two Of Us dei Beatles. La voce del cantante mi raggiunge e la raggiunge. Sentiamo la stessa cosa. Collegati alla stessa fonte ci abbeveriamo per pochi minuti. Questa costruzione dell’ascolto, fatti di fili penzolanti, fatta di piccole spugne nelle orecchie, mi alleggerisce l’anima. Come slacciare le stringhe delle scarpe dopo una giornata trascorsa a camminare. Come immergere le mani in un lavandino pieno di acqua calda, dopo freddi pomeriggi di gennaio.

I fuochi della sera sono già accesi. I surgelati scendono giù negli esofagi. Le oche sognano i tubi di scarico delle macchine che si allontanano. Io ascolto i rumori della notte. E quanti sono. E come arrivano improvvisi. Sciocchi come effetti speciali. Timidi come un matto, grasso e stanco.

Ho ancora paura di morire.

E forse per questo riesco ancora a sopravvivere.

Non desidero la pietà della morte.

Vorrei solo poter salire ancora una volta le scale di corsa.

Trovare la mia Oca in cima.

Ad aspettarmi.

 

 

 

Categorie: Bozze

Elementari casi di solitudine

Giugno 5, 2008 · Lascia un Commento

Michele suona il citofono e dall’altra parte della strada un cartellone pubblicitario si scolla.

Una voce dice “chi è?” e dall’altra parte della strada un tassista rimorchia un passeggero.

Silvia accende la luce del corridoio. È passata mezzanotte da un pezzo. I figli di Silvia dormono. Il marito di Silvia dorme. Michele entra nel soggiorno e sprofonda nel divano. Non si toglie nemmeno la giacca. Silvia si siede accanto a lui.

 

“Hai trovato qualcuno?”, chiede Silvia a bassa voce

“No” risponde Michele

“Dove hai cercato?”

“Ho fatto qualche giro in centro”

“Sei stato al supermercato?”

“No, ci sono stato ieri”.

“Devi andarci ogni giorno. Dammi retta. Meglio non lasciare nulla di intentato.”

“Domani ci andrò, te lo prometto”

“Beh, in centro com’era la situazione?”

“Un sacco di gente. Code davanti ai cinema. Ristoranti pieni… Come ogni sabato sera”

“E non hai trovato nessuno?”

“No”

“Ma come è possibile?”

“Senti sono stanco. Torno a casa a dormire.”

“Vuoi fermarti qui?”

“No, preferisco andare. Grazie e scusami per l’orario”

 

Michele scende le scale e dietro di lui si chiude la porta dell’appartamento di Silvia.

Michele è ora dentro casa, mezzo svestito. Apre il frigorifero. Beve a canna. Chiude lo sportellone del  frigorifero. La cucina adesso è buia. Michele è sotto le lenzuola. Michele dorme.

 

Michele si sveglia. Il programma di oggi prevede:

 

una visita dalle 9,00 alle 11,00 ai musei della città, sempre pieni di turisti;

un giro alla Rinascente;

pranzo in un fast food;

corso di ceramica;

corso di nuoto;

volontariato in una casa di riposo;

un colloquio di lavoro

concerto allo stadio

 

Gli spostamenti dovranno effettuarsi sempre con i mezzi pubblici. Questo è il piano di lavoro preparato per lui da Silvia. Michele si sforza di seguirlo alla perfezione. Tuttavia non ci crede molto. Lo fa per non deludere Silvia.

Silvia ha trentacinque anni. Sposata con due bambini. Ed è sua sorella. Michele ha 28 anni.

Silvia dice che Michele si ritrova in un elementare stato di solitudine. Elementare perché la sua solitudine non è ancora giunta ad uno stadio avanzato, di non ritorno. Per questo un giorno ha deciso di stilare una cura per il fratello, fatta di impegni, frequentazioni di luoghi affollati, incontri, appuntamenti. Lo scopo è quello di riuscire a trovare un altro elementare stato di solitudine disposto a condividere un destino comune.

Categorie: Bozze

Il raccomandato

Giugno 3, 2008 · Lascia un Commento

Sergio era un raccomandato. Non provava sensi di colpa per questo. Ma un senso di inferiorità lo soffocava quando confrontava i suoi successi con quelli degli altri. Ne era sempre invidioso. L’invidia premeva sulle sue tempie e lo incoraggiava a tentare nuove strade, a cercare viscide scorciatoie, mezzucci per primeggiare sugli altri. La sua affermazione doveva essere definitiva, proclamata, riconosciuta.
Sergio era un laureato. A stretto giro aveva superato gli esami senza badare troppo alla media, più con la fretta di finire che con il desiderio di acquisire reali e utili competenze. Voleva il pezzo di carta, il lasciapassare. Sergio nella sua vita aveva sempre cercato una stretta di mano, un’occhiata di complicità che gli evitasse la fatica, la prova e quindi il giudizio. Si era così laureato piuttosto bene e piuttosto in fretta in un indirizzo umanistico. Dopo la laurea aveva bussato alla porta di tutti gli amici importanti. Aveva bussato alla porta del prete del suo paese, a quella del sindaco, dei professori universitari. Chi gli negava un aiuto finiva nella black list. Provava odio nei loro confronti. Non sopportava che qualcuno non si prodigasse per lui. Soffriva di disturbi di onnipotenza. Chi invece si prendeva a cuore la sua situazione di disoccupato diveniva ai suoi occhi una persona buona, unica, quasi una specie in via di estinzione. Non si fidava mai del tutto però del suo prossimo. Non abbassava mai la guardia con i benefattori e la sua riconoscenza si esauriva nel momento stesso in cui nuove aspettative venivano deluse. Perché la sua brama di affermarsi era senza limiti. E la sua disillusione nei confronti del genere umano lo aveva convinto che solo attraverso scorciatoie e mezzucci si potevano raggiungere grandi risultati.
Sergio era fondamentalmente un ragazzo per bene. Che non aveva mai dato preoccupazioni ai suoi genitori verso i quali nutriva un amore profondo. Quando grazie al prete aveva ottenuto una raccomandazione per un posto in una casa editrice si era sentito sdoganato dalla situazione di apolide sociale. Aveva superato il periodo peggiore, quello che separa la fine degli studi dal primo giorno di lavoro. Ogni giorno da sei mesi sapeva di avere un lavoro. L’autobus numero 83 e poi la linea metropolitana, un pezzo a piedi e infine una rampa di scale. La sua scrivania in un grande open space, l’accensione del pc e del monitor, il buongiorno ai colleghi, la giacca sull’appendi abiti, il bicchiere d’acqua riempito al boccione. E poi ancora qualche buongiorno, la casella di posta e il lavoro che iniziava e terminava come ogni giorno, da sei mesi ormai, nello stesso identico modo.

Per questo alle sei e venti, mentre spegne il suo pc, Sergio non si aspetta nessuna sorpresa dalla vita. È solo un altro giorno lavorativo che si chiude. È rimasto venti minuti in più in ufficio oltre l’orario di uscita. È solo nell’open space. Osserva le scrivanie dei suoi colleghi. Si sofferma sui particolari. Fissa le sorpresine Kinder che la grafica Sara ha incollato sul bordo del video. Poi si infila la giacca, raccoglie la borsa e si dirige verso il bagno. Si sciacqua la faccia. Guarda le sue All Stars nuove, rosse, che passo dopo passo calpestano la moquette grigia del corridoio. Passa davanti all’ufficio dell’editore. La porta è semichiusa ma si distingue bene la stanza. Più avanza in quella direzione e più aumenta la sua visuale. L’editore è in piedi, di spalle, indossa un completo color kaki.
“Se si volta lo saluto” pensa Sergio, “Altrimenti tiro dritto, scendo le scale e chi se ne frega”. Mancano tre passi alla porta dell’ufficio dell’editore. Tre passi, un buonasera e la rampa di scale. Tutto calcolato, tutto prevedibile, sicuro.
“Se si volta lo saluto” continua a pensare.
Poi un abbraccio e un bacio. La donna che si accorge di Sergio. Sergio che prende velocemente le scale, scende di corsa, esce dal palazzo e corre verso la metropolitana.

Lei si era accorta della sua presenza nel corridoio. Sergio seduto nel vagone della metropolitana realizzava di aver visto la nuova stagista baciare sulla bocca l’editore. Non poteva dimenticare quello che era successo perché lei sapeva di essere stata vista. Ora anche l’editore certamente sapeva. Si sentiva nei guai. Costruiva e distruggeva possibili soluzioni che gli permettessero di uscire da quella situazione imbarazzante. Non voleva rischiare il posto di lavoro e non voleva inimicarsi l’editore. Della stagista non gli importava. La considerava una poco di buono. Una che va a letto col capo per far carriera. Il capo era anche sposato e quindi la stagista era anche una rovina famiglie. L’unica possibilità era quella di negare, negare di aver visto, negare di essere stato in quel preciso momento, in quel corridoio.

Categorie: Bozze

Ha perduto il suo cappotto

Maggio 30, 2008 · Lascia un Commento

Che si può dire di una donna che viene abbandonata in aeroporto?
Ha perduto suo marito. E anche il suo cappotto.
Eccola qui, sola in aeroporto, con un mezzo vestito, senza borsetta e senza uno straccio di frangetta. Nel momento più incerto della sua vita, Marta si specchia dentro la vetrina di un negozio di souvenir,  si sistema i capelli e  dentro di sé rimpiange di non essere andata dal parrucchiere.
Questo aeroporto le sembra una piccola città. Una città per apolidi precari.
Ci sono quelli che prendono l’aereo.
Quelli che in ritardo finiscono per  perderlo.
E poi ci sono quelli come lei che ha  perso tutto.
Il marito, il cappotto, la borsetta e un appuntamento con il parrucchiere.

Marta è in piedi in mezzo all’aeroporto. Guarda il bar di fronte a lei. Ha fame. Prenderebbe volentieri un caffè e una fetta di torta. E leggerebbe volentieri un giornale seduta ad un tavolino. O un tascabile, o una rivista, o anche un Harmony se fosse necessario. In quel momento ha una voglia matta di leggere una rivista di economia, la pagina più noiosa di Focus, le istruzioni dell’ovetto kinder.

Un uomo gira attorno ai suoi fianchi e manomorta manomorta quasi l’abbraccia. Marta entra d’istinto nel bar e sfugge alla presa dello sconosciuto.
Come sono strane queste dinamiche aeroportuali, pensa tra sé.
- Sono stata persa e ora qualcuno vorrebbe raccogliermi. Se sono stata persa qualcuno mi porti all’ufficio degli oggetti smarriti.
E mi dica cosa c’è da fare.
Quali pratiche bisogna firmare per farsi ritrovare.
Devo mettere un annuncio sul giornale?
Devo sbattere i piedi, piangere e urlare come una bambina? (continua…)

Categorie: Bozze